di Caterina Garuti
Stanca e infreddolita, ancora con la giacca addosso, mi siedo sul letto della stanza 432 e fisso per un attimo la televisione spenta davanti a me senza voler pensare nulla. La mia compagna di stanza è già entrata in bagno, c’è silenzio.
Mi tolgo gli scarponi, c’è qualcosa che li ricopre, sono impolverati, lascio andare all’improvviso la scarpa che avevo in mano, la getto quasi per terra, nella testa ritorna senza il mio permesso la voce quasi sgradita di una donna, la guida che ci ha accompagnato in questi giorni. “A Birkenau dovunque camminerete, pesterete le ceneri dei corpi bruciati nei forni crematori”. Mi guardo ancora le dita, mi chiedo se ho qualcuno fra le mani, mi tornano alla mente i volti delle tante foto viste nei campi, giovani, vecchie, bambini, gemelli, si confondono forse coi volti delle SS.
Il pensiero è maledettamente incontrollabile; quando torno con la mente ai campi non riesco a mettere ordine, forse non può esserci un ordine, perché non c’è niente se non morte.
Prima di sedermi avevo pensato “per oggi basta, ho già visto e sentito abbastanza”…le scarpe mi hanno tradita. Il mio pensiero era partito di nuovo, pericoloso e insormontabile come il filo spinato del campo. Quel filo che era la cosa che più mi aveva colpita appena ci eravamo avvicinate al campo, così alto e soprattutto infinito. Sì forse era proprio l’incapacità di vederne i confini, di scorgerne la fine, che mi metteva più angoscia e rabbia, quel filo che aveva distrutto ciò che permette ad un uomo di essere diverso da un altro: la libertà.
E’ stato toccando quel filo orrendo che io e una mia compagna ci siamo fermate per l’ultima volta a guardare il campo da fuori, prima di salire sul pullman.
“Forse qualcuno proprio qui si è tolto la vita lanciandosi contro il filo spinato” le ho detto, lei è rimasta molto turbata, le avrei voluto chiedere scusa per avere aggiunto altro dolore, ma non l’ho ancora fatto, avrei voluto abbracciarla. La sua simpatica voce come un tuono all’improvviso mi dice che non c’è l’acqua calda, sorrido… voglio credere allora che abbia già accettato le mie codarde scuse.
Qualcuno ha detto che Auschwitz ti entra dentro in qualche modo, non può non lasciarti qualcosa, credo che sia proprio vero.
AMORE E ODIO
Mentre guardavo l’interno delle baracche del campo pensavo alle parole di una canzone che avevo sentito cantare la sera prima, parlava dell’infinita capacità di odiare e dell’infinita capacità di amare dell’uomo.
Era proprio lì davanti ai nostri occhi, dovunque ci voltassimo, l’infinita capacità di odiare: era nella misera, ridicola razione di cibo, nel filo spinato, nelle valigie abbandonate, nell’enorme mucchio di occhiali e di capelli, era nei cassetti della scrivania degli ufficiali, negli infiniti elenchi dei nomi dei prigionieri, nelle 20 tonnellate di ziklon B usate nelle camere a gas in soli due anni, nei tralicci tessuti con capelli umani, nel muro della morte, nell’indifferenza di chi non pensa: era dovunque.
Ma dove allora l’infinita capacità di amare, dove ?? Lì sembrava così avida nel concedersi, così astratta, così lontana dalla natura dell’uomo, così assurda e disdegnosa delle sofferenza umana.
Eppure c’è chi pensa che l’infinita capacità di amare sia stata anche al campo, tacita, impalpabile, invisibile…essa sia stata la forza per chi ha continuato ad amare il proprio figlio anche in quelle condizioni, per chi, anche solo una volta, ha rinunciato alla propria infima razione di cibo quotidiana per donarla ad un altro, pur trovandosi in pelle ed ossa; per chi ha difeso sempre la propria dignità rifiutandosi di mangiare senza posate; per chi ha ricordato sempre a chi aveva intorno che i detenuti rimangono sempre uomini; per chi ha avuto il coraggio di pregare e di sperare ancora; per chi ha osato sacrificare la propria vita nel blocco della morte per una altro internato.
Io nel campo ho maledetto le infinite capacità dell’uomo e ho avuto paura delle sue stupefacenti ed illimitate potenzialità.
LA RUGA
La ruga del signore dai bianchi capelli di fianco a me era una come le tante rughe, odiate soprattutto dal gentil sesso, dei volti degli uomini e delle donne ormai di attempata età.
Di quelle rughe che partono dalla fine dell’occhio e si diramano quasi come il trucco che le donne si mettono per allungare lo sguardo.. Una di quelle righe che quando sorridi si mettono ancora più in evidenza e ridono con te. Quella ruga mi aveva distratto, pensavo a come fosse avere di quelle rughe che si sono formate, sono cresciute e sono invecchiate con te, hanno vissuto ogni momento della tua vita e adesso ti danno anche quell’aria di saggio che non tutti purtroppo apprezzano.
Pensavo a quanti all’interno del campo non avessero avuto il tempo di farsi venire le rughe e attraverso queste di raccontare al mondo la propria storia, il proprio dolore.
Mentre il treno ci cullava verso casa, cantandoci una canzone che parlava di memoria, lì in quel momento avrei voluto sapere dal signore sconosciuto che cosa avesse visto la sua ruga.


