Sabato Maggio 25 , 2013
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Lunedì 26 Ottobre 2009 19:06

Dove sarò domani - una testimonianza dall'Abruzzo

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Cristina Bianchi, operatrice del Centro di Servizio per il Volontariato di Modena, ha trascorso una settimana in Abruzzo, nel campo di Acquasanta, per dare una mano ai colleghi che vivono nelle zone colpite dal sisma. Nel suo articolo racconta le emozioni, gli incontri, le speranze e le delusioni di cittadini e di associazioni che, piano piano, cercano di tornare alla normalità. Dove sarò domani, dove sarò?


Pescara, Chieti, L’Aquila. Ecco dove sarò domani. Il mio servizio inizierà proprio lì, da quel cratere, da quei campi.
Arrivo il 21 agosto alla stazione degli autobus de L’Aquila – Collemaggio e un via vai di gente mi sorprende. È diversa da quel silenzio vuoto che abbiamo visto per televisione i primi mesi. Tante attività mi sembrano riprese: il lavoro per chi ce l’ha, le edicole sono aperte, i pub hanno riaperto in casette di legno che si susseguono in strade di circonvallazione prima di semplice scorrimento e adesso diventate punto di aggregazione. Anche se i bisogni delle persone sono cambiati, si vede subito: “devo andare a cercare il medico di famiglia che avevo prima, devo rinnovare la patente e non so dov’è finita l’autoscuola, vado a trovare mamma all’ospedale a diverse decine di kilometri di distanza, devo iscrivermi all’esame di ingegneria, torno da una settimana di vacanze da parenti nelle regioni vicine”.
Mi viene a prendere una collega del Centro Servizi per il Volontariato di Biella che ha già fatto servizio in luglio e che adesso è tornata per passare una settimana delle proprie ferie facendo servizio al campo di Acquasanta. Sapevo che il tipo di lavoro che sarei andata a fare al csvaq sarebbe stato diverso rispetto al mio lavoro quotidiano: niente bilancio sociale o progettazione, ma informazione su bandi, internet, giornali, fotocopie e un po’ di animazione. Me ne rendo conto subito; non appena arrivata al campo collocato in uno stadio per il rugby adesso ricoperto di ghiaia e tende, incontro Concetta, la direttrice, che mi spiega che cosa fa normalmente il csvaq e che cosa fa adesso. È stata una scelta coraggiosa a mio parere quella di decidere di dare servizi a tutta la popolazione e non solo alle associazioni. E in effetti come si potrebbe fare diversamente? Gli stessi operatori hanno perso la casa, eppure già tre settimane dopo il terremoto avevano ripreso a lavorare per ricostruire i loro uffici, per gestire i fondi che gli arrivavano, per organizzare la presenza dei volontari nel campo dove aveva trovato spazio la tenda del volontariato. Eppure tutti i giorni quando arrivano, leggono sui giornali e da internet le notizie che vengono date sulla ricostruzione, sulla classificazione delle case, sui censimenti, su Berlusconi che viene alla Perdonanza. Insomma, sono colpiti nel vivo, quella è la loro vita adesso: una tenda sopra la testa, oppure una casa pericolante pur di rientrarci o centinaia di kilometri al giorno dalla costa a L’Aquila e ritorno. Ma si riparte, si riparte con la nuova sede che abbiamo messo a punto proprio nei giorni in cui c’ero io. Si riparte dal niente, dalla forza che ognuno è capace di tirare fuori, dalla pazienza, dalle battute per alleggerire il clima e dalla comprensione.

La vita nel campo ha i ritmi del caldo estivo la mattina che ti costringe ad alzarti ed uscire dalla tenda, le attese che apra la mensa, le chiacchiere alla macchinetta del caffè, l’animazione delle associazioni e della UISP per i bambini, i momenti passati ad ascoltare storie in attesa che finisca la lavatrice posta vicino agli spogliatoi, dove all’ombra e con le porte aperte passa un po’ d’aria. Pensandoci bene sono le uniche porte che ci sono nel campo: non una zip, non gli elastici che chiudono le tensostrutture: una maniglia, una porta, cosa ci sarà di strano… eppure la realtà qui appartiene a un altro mondo. Dopo 5 mesi i residenti del campo sanno perfettamente come funziona la vita nel campo gestito dall’anpas: se qualcuno ti viene a trovare deve fare il pass all’entrata, puoi tornare all’ora che vuoi perché la carraia è sempre aperta ma dopo la mezzanotte devi fare silenzio, i documenti del censimento si consegnano venerdì dalle 18 alle 20 ai militari, il sabato mattina c’è il cambio dei volontari.

Trasmettiamo un film questa sera, poi ci rendiamo conto che l’avevano già dato poco tempo prima. Ma anche gli altri dvd sono già stati trasmessi e non abbiamo le possibilità per soddisfare le esigenze di tutti. L’animazione non manca: una sera la tombola, la sera dopo il pianobar e il pomeriggio il torneo di bocce. Già, c’è anche un campo di bocce che hanno costruito volontari e residenti insieme su richiesta degli ospiti più attempati.
Ci sono molte persone di mezza età, una quindicina di bambini e qualche giovane universitario. Ognuno fa gruppo a seconda delle simpatie, degli interessi e dell’età. Antonio passa tutta la giornata all’ombra del camper della posta che apre solo il giovedì mattina. La stazione bancomat non funziona più, ma ce n’è un’altra a poche centinaia di metri fuori dal campo, anch’essa in un container. Una sfilata di case vuote, con le piante secche sui balconi e ancora qualche finestra aperta da cui puoi intravedere i muri mezzi crollati all’interno. Non sono un ingegnere o un architetto e non me ne intendo di crepe, ma quelle che pensavo ci fossero anche a Modena negli edifici più vecchi e quindi non dovute al terremoto, mi rendo conto al mio ritorno che invece qui a Modena al massimo si stacca un po’ d’intonaco. Là invece si vedono crepe che vanno da un angolo all’altro dell’edificio o che percorrono tutta la lunghezza degli angoli, pezzi interi di muro crollati non si sa bene con quale criterio: a volte sembra l’area di una vetrina che era stata murata, in altre cadono i mattoni che ricoprivano il cassone della persiana, in altre ancora la casa sembra non aver riportato danni consistenti ma poi vedi la grondaia che fa la curva proprio in un punto dove prima era aderente alla casa e questo significa che tutta la struttura si è mossa e quindi non è più in sicurezza.

Abbiamo conosciuto Paolo e Piero, due fratelli che vivono nel campo ed escono a lavorare tutti i giorni, che qualche sera ci accompagnano per i quartieri residenziali della città, ovviamente fuori dal centro a cui è impossibile accedere perché ancora tutto completamente pericolante. In realtà un giorno riusciamo ad entrare nella zona rossa, ma solo per una cinquantina di metri, grazie al favore di un militare. È via XX settembre, quella più colpita. “Alla fine della strada c’è la casa dello studente, o quello che ne rimane” ci dicono. Lancio lo sguardo ma non vedo niente, né una luce che illumini il mio sguardo, niente. Non c’è più niente. In centro storico adesso solo edifici pericolanti, erbacce e cani randagi. Piero  ci accompagna nel suo quartiere: il suo condominio è classificato B o C, non ricordo. Comunque è in piedi ma con dei danni alla struttura per cui è inagibile. Queste sono le classificazioni della protezione civile, ma diverse case già in situazione grave, a diversi mesi dal terremoto hanno subito altre scossettine che lì si registrano praticamente di settimana in settimana, impercettibili ma che sono in grado di danneggiare ulteriormente una struttura già seriamente compromessa. Ci sono ricorsi aperti sulla classificazione di diverse case proprio per questi motivi.

In tutti i vari quartieri che visitammo quella sera ho visto soltanto due DIA, soltanto due denunce di inizio lavori appese fuori dal cancello. E mi sapeva tanto che chi aveva iniziato i lavori era perché aveva una casa indipendente con giardino e poteva andare avanti per proprio conto.
Tutte le parole che si dicono qua su come si dovrebbe comportare la gente de L’Aquila, sul fatto che non dovrebbero stare ad aspettare, che in fondo hanno dato una casa a tutti perdono di senso e di volume nella mia testa e vengono annientate come annientata è stata la vita di chi aveva la casa al primo e secondo piano di quella bella palazzina che adesso ha l’allora terzo piano ad altezza terra. Chi viveva lì è riuscito ad uscire perché la palazzina ha tenuto alla prima scossa ma alla seconda, dopo un quarto d’ora, quando i condomini erano appena usciti, si sono visti cadere su se stessa la propria casa e adesso non esiste più. Non ci sono muri da rifare, mobili da andare a prendere, solo quello che avevi addosso e forse un paio di coperte che avevi messo nella borsa per stare pronto a uscire visto che da giorni si sentivano scosse. Ma d’altronde la protezione civile e i tecnici avevano tranquillizzato tutti che era tutto normale, che non sarebbe successo niente. E due giorni dopo… la fine.
… e aumentano d’intensità le lampadine, una frazione di secondo prima della fine…
Adriana è rimasta tutta la giornata del 7 aprile su una panchina di fronte a quella che era la sua casa. Era il suo unico punto di riferimento: senza marito, senza figli, ormai in pensione. Fino a ché, ubriaca di sole e di tanto caldo, ha incontrato una giornalista che era venuta da Roma e che si è presa cura di lei trovandole un posto in un’auto con una famiglia e il giorno seguente è tornata a prenderla per sistemarla in un campo. Adriana ha una casettina a Merano, dove passava tutti gli anni qualche giorno alle terme. Ha intenzione di rimetterla un pochino a posto in attesa che accettino la sua domanda per entrare in una struttura per anziani: “Con la pensione ci sto dentro giusta giusta. Almeno lì mi danno tutto e non devo pensare a niente”. Non aveva mai preso in considerazione questa possibilità prima del 6 aprile 2009 ore 3.32. Adriana si addormenta dopo mangiato sotto i teloni tesi per fare un po’ d’ombra e lasciar passare un po’ d’aria, spesso chiacchierando con qualche volontaria dell’anpas. Adriana ti offre il caffè alla macchinetta ma non ne vuole, Adriana si appassiona alle stoffe che la mia collega porta giù per tenere impegnate le signore anziane del campo e poi rivendere i loro prodotti: non certo per raccogliere chissà quali fondi, ma per far ripartire le persone da qualcosa e per far parlare di loro al di fuori dell’Abruzzo.

Tutti i giorni “Il centro” parla del terremoto e di quanto si sta facendo, ma i giornali nazionali no e alla televisione passano solo alcune interviste sul “come si sente” e non inchieste vere e proprie che avranno sempre meno speranza di andare in onda a causa del non rinnovo di certi contratti in RAI.
Adriana ama giocare a carte, ma sa giocare solo a scopa.
Antonio saluta sempre e ti racconta dei mille lavori che ha fatto fin da quando aveva 8 anni, perché in famiglia erano tanti e quando l’unico pasto della giornata consisteva in un pezzo di pane condito; oppure di quando a Roma e a Napoli montava i parquettes e poi gli sanguinava il naso; ti racconta della prima moglie che poi è morta e della seconda che è morta nel terremoto insieme alla figlia di 18 anni. Lui è l’unico che si è salvato. Ma ci vogliono giorni perché te ne parli, non è certo il tipo di gente questa che si lamenta anche se lo vedi dai loro occhi, dalle pieghe della loro fronte e dai loro sguardi che dentro hanno tanta sofferenza e una speranza che spesso vacilla. Antonio dice che ne ha già scampate due: la prima quando gli hanno messo due bypass, l’altra il 6 aprile scorso e dice che chissà, la terza… .

Umberto ha 68 anni ed è sordomuto, ma balla benissimo il valzer. Evidentemente la musica ce l’ha dentro. Riesco a farlo ridere. È una persona veramente corretta. E lo saluto con questo pezzo visto che non sono riuscita a dirgli ciao il giorno della mia partenza.
A Piero e a Paolo ho intenzione di mandare una bella bottiglia di vino buono, visto che hanno entrambi fatto il corso per sommelier e so che apprezzano queste cose. Piero dice: “Durante il terremoto, subito ho pensato a mamma e poi alla mia collezione di bottiglie di vino. Ne ho alcune che valgono un sacco!” Mamma è allettata, mi racconta Paolo e Piero che vive con lei è stato lì accanto al letto fino alla fine della scossa che è durata 40 secondi. E 30-40 secondi sono tanti quando hai sotto di te un terreno che amplifica di 10 volte la potenza dei terremoti, per conformazione geologica; quando senti e vedi crollare le case a fianco della tua; quando non ti si apre la porta di casa per scappare ed esci dalla portafinestra e poi ti rendi conto che davanti alla tua porta è crollato l’edificio di fronte e che saresti morto se si fosse aperta. Qualcuno comincia adesso, dopo 5 mesi, a spegnere la luce la notte. Qualcuno.

I volontari dell’anpas sono fenomenali. sono in grado di fare turni in carraia di tutta la notte, per regolare entrate e uscite, dormire alcune ore e riprendere la giornata con la pulizia dei bagni, la preparazione della mensa o le visite in infermeria. Vedo la stessa volontaria che ha passato tutta la giornata ad aiutare i residenti a compilare i moduli per il censimento che hanno tre pagine di spiegazioni e mi racconta che moltissimi si mettevano a piangere. E ci credo, devi fare l’elenco delle sfighe che ti sono capitate: familiari rimasti uccisi, casa distrutta, semi distrutta o semplicemente inagibile, il lavoro ce l’ha ancora? Che cosa ha intenzione di fare? Lo sa che fra un mese chiuderanno tutti i campi vero? Ho visto questa volontaria la sera non smettere di stare accanto alla gente e venire a ballare il valzer o il liscio insieme agli anziani. E quando andavamo insieme a chiamare le persone in giro per il campo perché venissero sotto la tenda delle associazioni a ballare, sentivamo risposte come: “Sì, ora vengo” o come “è che mio marito è già andato a letto perché non sta bene. In genere la domenica non sta mai tanto bene perché va in dialisi un giorno sì e un giorno no e siccome ci torna il lunedì dopo due giorni, la domenica sta male”.

Le persone che vivono dentro al campo sono ammalati, bambini, coppie, giovani, anziani, stranieri, persone che hanno avuto problemi di dipendenze, “gattare”. Insomma un paese intero che vive a gruppi di dodici a stretto contatto sotto la stessa tenda.
Porto con me Davide, Carla, Concetta, Luca, Laura, Simona, Roberto, Valerio, Michele, Concetta e Cristina e i loro 7 gatti, Umberto, Adriana, Jamal, Bruno, Domenico, Michele, Solomon, Alberto, Alessandro, Piero, Paolo, Giancarlo: residenti e volontari che al termine di ogni serata di musica, si commuovevamo insieme a me in un unico grande abbraccio sulle note della canzone Domani.
L’ambiente tutto sommato era per me sereno: stavo facendo un servizio, c’erano un sacco di volontari e volontarie simpatici con cui si facevano delle belle iniziative e delle belle chiacchierate arricchenti. La penultima sera non riuscivo ad addormentarmi: pensavo e ripensavo che venerdì sarebbe stato il mio ultimo giorno di servizio e che poi sabato mattina sarei tornata a casa. E poi? E domani, come dice la canzone? Potevo lasciarli qui come prima? Alcuni mi chiedevano se sarei tornata. Oltre al fatto che speravo non ce ne fosse stato più bisogno, rispondevo comunque di no, perché sentivo che una settimana di servizio mi aveva dato quello  che era necessario per fare una buona esperienza. Ma a che scopo? Sarebbe rimasta solo una cosa mia come era rimasto il social forum mondiale o come era rimasto il camino de Santiago? No, non poteva. Sentivo che avevo una responsabilità grossissima. Ma come poterli aiutare? Inviando soldi, oggetti, come?

Non mi addormentai prima di aver trovato alcune possibili soluzioni: tramite il csvaq alcune associazioni avrebbero potuto sostenere a distanza le realtà qui presenti non solo inviando denaro ma gemellandosi per esempio, insomma prendendo a cuore una realtà simile alla propria e cercando di rispondere ai loro veri bisogni oltre che andandoli a visitare. Tante persone mi avevano detto in questi giorni che gli aveva fatto molto bene un periodo di stacco estivo di qualche giorno. Perciò alle persone con cui avevo più confidenza ho prospettato l’opportunità di venire a Modena per un weekend lungo quando sentissero il bisogno di scappare. Perché la voglia di andare via e lasciare quel posto ormai morto e complicato viene ai residenti, ogni giorno e verrebbe anche a noi. Si sarebbe potuto organizzare un pullman e la sistemazione in famiglie, che è quello di cui loro hanno più bisogno, e poi la visita alla Ferrari, alle Salse di Nirano e chissà dove altro. E intanto parlare parlare parlare della situazione giù che cambia notevolmente da un giorno all’altro, e della tragedia che poteva essere evitata o comunque notevolmente arginata, come da video di inchiesta che ho e che sento la responsabilità di divulgare.

Cristina Bianchi

Modificato Giovedì 19 Agosto 2010 22:22