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Venerdì 21 Gennaio 2011 14:00

Il Volontariato oltre i luoghi comuni: intervista a Renato Frisanco

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Tracciare un ritratto preciso del volontariato italiano  non è cosa semplice, e spesso nella presentazione dei dati  la politica conta di più della statistica. Per far luce sui risultati delle ultime ricerche al di là di pregiudizi e luoghi comuni, abbiamo intervistato Renato Frisanco, ricercatore della Fondazione Roma Terzo Settore.

In base alle vostre ricerche e ai dati disponibili, quale immagine del rapporto tra italiani e Terzo Settore emerge?

E' molto difficile dare un'immagine definita  perchè  la settorializzazione delle attività nel nostro paese incide su qualunque indagine. In nessun altro Paese si distingue tra tutte le forme associative di volontariato che definisce la nostra legislazione. Se pensiamo che certe ricerche (Istat) parlano di un 8% della popolazione attiva nel volontariato e altre (Censis) accennano ad un 26% di volontari, comprendiamo bene che dare un quadro esauriente su questi temi è piuttosto difficile. Dalle nostre stime sono all'incirca un milione e mezzo i volontari in Italia, sembra che siamo di fronte ad una progressiva diminuzione di chi offre servizio con continuità e abbiamo un 52% di donne nelle Odv, ma ogni dato andrebbe approfondito e valutato in relazione a indicatori e criteri.

Di recente, riferendosi a una ricerca Gallup, si è ribadito che nella classifica dei 100 paesi "più impegnati" del mondo l'Italia è fanalino di coda. Cosa significa?

Io tendo a diffidare di questo tipo di dati. Non conosco nello specifico i criteri che stavano alla base di quella  ricerca, ma so che la legislazione varia fortemente da un paese all'altro e che le statistiche vengono compilate  in ogni contesto secondo criteri molto diversi.  Anche in sede europea è stato ribadito più volte che la settorializzazione del panorama italiano e in generale la frammentarietà e la disomogeneità dei criteri rendono incomparabili i vari contesti nazionali.

Rispetto alla ricerca condotta dalla Fondazione Roma Terzo Settore dal titolo "Organizzazioni di volontariato tra identità e processi" è stata ribadita ancora una volta  la scarsa partecipazione degli under 30  al mondo del volontariato. Come leggere questo dato?

Dai nostri dati risulta che effettivamente nella maggior parte dei casi chi si dedica con costanza al volontariato ha dai 45 ai 65 anni. Occorre però tener presente che questo dato si riferisce solo alle organizzazioni di volontariato e non tiene in considerazione tutte le altre forme associative in ambito culturale, artistico, di promozione sociale che catalizzano l'attenzione dei giovani. Nel considerare la scarsa rappresentanza dei giovani nelle ODV più tradizionali occorre tenere presente che non si può chiedere loro lo stesso impegno che mettono adulti maturi che hanno già raggiunto una certa tranquillità e propri traguardi professionali e famigliari. Ma i giovani ci sono, e anzi guardano al Terzo Settore con l'idea di spendersi in quell'ambito da un punto di vista professionale. Cercano non solo l'opportunità per fare qualcosa di utile, ma negoziano di continuo la loro presenza,chiedendo di prendere parte attiva alle attività, di contribuire a definire le linee d'azione delle associazioni, che spesso faticano a mettersi in discussione. Capita spesso che nel presentare i dati e i risultati delle ricerche ci si pieghi ai luoghi comuni e agli stereotipi piuttosto che analizzare davvero la realtà delle cose.

E' stato detto che uno dei problemi del volontariato italiano è la troppa dipendenza dal settore pubblico. E' un dato confermato anche dalle vostre ricerche?

A noi risulta che un terzo dei fondi delle Odv provengano dal pubblico ma non è questo il problema. A preoccupare dovrebbe essere piuttosto il fatto che il Terzo Settore di rado riesce a incidere sulle linee d'azione decise a livello politico e istituzionale. Questo da un lato è dovuto al fatto che il settore pubblico tende a conservarsi com'è lasciando poco spazio a contributi esterni. D'altro lato il mondo del volontariato raramente si presenta come un interlocutore alla pari del pubblico. sia per mancanza di risorse e competenze, sia perchè  è spesso poco coordinato al suo interno. Spesso le varie associazioni tendono a rispondere alle richieste del pubblico, gestendo ed erogando i servizi ma senza negoziare politiche e strategie d'azione. Si tende a cercare la convenzione e  l'accordo singolo, mentre troppo di rado si arriva ai tavoli di concertazione con proposte unitarie capaci di incidere.
Con un maggiore sforzo di coordinamento da parte delle organizzazioni e puntando anche sulle competenze tecniche di chi le amministra, si potrebbe incidere di più. (Nadia Luppi)

 

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