Dalla fine degli anni 90 ad oggi il volume d’affari e la diffusione del gioco d’azzardo sono costantemente aumentati, mentre si infoltisce l’esercito delle persone che si accostano a gratta e vinci e slot-machine in modo compulsivo. Per aiutare i giocatori a far leva su sé stessi e uscire dal vortice del gioco d'azzardo patologico, la Cooperativa Sociale Lag di Vignola porta avanti da novembre 2008 il progetto “Rien ne va plus”, nel quale sono stati coinvolti oltre 30 utenti e che in capo a 18 mesi ha portato i primi significativi successi. Di Gioco d’azzardo e della difficoltà di uscirne abbiamo parlato con Giuseppe Pugliese, sociologo e operatore del progetto della Lag.
Se consideriamo il panorama locale e regionale, qual è l’entità del fenomeno che va sotto il nome di gioco d’azzardo?
Premesso che su questo argomento è più corretto parlare di stime che di dati precisi, sappiamo che dagli anni 90 ad oggi il volume d’affari relativo al gioco d’azzardo in Italia è costantemente aumentato, passando dai 9.5 miliardi di euro del 1998 ai 47,5 miliardi di euro del 2008 e che in Italia sono circa 1 milione e 300 mila i giocatori “patologici (ultima ricerca CONAGGA 2008)”. Per il gioco legale si spendono circa 2 miliardi di euro annui nella sola Emilia Romagna, mentre dalle ultime stime sembra che siano oltre 1800 le persone che in provincia di Modena manifestano comportamenti patologici rispetto al gioco. Quella classificata come GAP – Gioco d’azzardo patologico – è una malattia sociale che colpisce uomini e donne, in generale persone di età, provenienza e grado di istruzione molto eterogenei, che però hanno in comune una certa fragilità emotiva, un fragile equilibri o dal punto di vista relazionale o una mancanza affettiva. Se da un lato è vero che è la nostra società che coi suoi stili di vita frenetici ci rende più vulnerabili rispetto a questi disturbi, è chiaro però che essi emergono quando ci sono storie e vissuti particolarmente complessi.
L’abitudine al gioco però accomuna molti italiani…
Si, esatto, ed è proprio il fatto che il gioco d’azzardo sia una consuetudine radicata nella tradizione a renderlo pericoloso. Il più delle volte si è totalmente inconsapevoli dei rischi, e ci si ritrova a giocare per colmare un vuoto, per lenire l’ansia, per cercare un’emozione forte e infine per la sensazione di sollievo e di distensione che interrompe l’astinenza. Il gioco rovina come rovina la dipendenza da droghe o alcool, ma a differenza di questi ultimi, il GAP si caratterizza per la totale mancanza di relazioni. L’uso di alcool o stupefacenti ha spesso un valore aggregante, mentre il gioco patologico è un’occupazione del tutto individuale, che non richiede alcun rapporto interpersonale se non quello col gestore del bar o della tabaccheria. Tutte queste forme di dipendenza però portano alla rottura dei legami famigliari, alla rovina economica, spesso a situazioni tanto complesse da cui è difficile uscire.
Uscire dal gioco: parliamo del progetto “Rien ne va plus”
“Rien ne va Plus” è un progetto della Coop Sociale Lag che si ispira ad esperienze già in corso a Reggio Emilia, Modena, Bologna e Piacenza e che mira al sostegno dei giocatori. Il progetto è stato avviato nel 2008 con i primi tre utenti del servizio ed è costantemente cresciuto fino ad accogliere gli attuali 20 utenti che si trovano una volta alla settimana divisi in due gruppi per confrontarsi e condividere il percorso di uscita dal Gap. Tra loro ci sono giovani, numerosi adulti sui 40 anni e anche pensionati, di solito poco scolarizzati e in gran parte uomini, dato in linea con altri centri analoghi.
A cosa è dovuta la predominanza maschile?
Non bisogna credere che questo dato riveli una maggior propensione al gioco degli uomini rispetto alle donne. Credo piuttosto che per un retaggio culturale ancora piuttosto forte le giocatrici non emergano e accedano con maggiore difficoltà ai trattamenti e alle cure.
Qual è il percorso dei vostri utenti?
Noi riceviamo richieste di aiuto direttamente dai giocatori o più spesso da famigliari o dai Servizi per le Dipendenze Patologiche della provincia modenese. Dopo un colloquio motivazionale inseriamo – se lo riteniamo opportuno – il soggetto in un gruppo di lavoro. Per un periodo che si aggira intorno ai 18 mesi l’utente frequenta il gruppo una volta alla settimana, si confronta coi colleghi e condivide il proprio vissuto. Gli incontri sono sempre mediati da me – con la supervisione di una psicologa - e condotti volta per volta da un utente o dall’altro.
In questi incontri non viene veicolata l’idea che per guarire dal Gioco d’azzardo patologico occorra sospendere e astenersi totalmente a vita. Cerchiamo piuttosto di fare leva sulle risorse individuali del singolo per aiutarlo a trovare la propria dimensione, a comprendere cosa ci sia di patologico e grave nel proprio comportamento e cosa invece può essere considerato sano. Sappiamo che ogni caso è unico e a sé stante, ragion per cui non chiediamo a tutti le stesse cose ma piuttosto cerchiamo di incoraggiarli a dare il massimo per individuare il significato delle proprie azioni e per guardare con più consapevolezza a sé stessi e al mondo sociale di cui fanno parte.
I risultati non mancano: la maggior parte dei nostri utenti affronta il percorso con costanza e proprio di recente abbiamo dimesso un utente che aveva affrontato con noi un percorso di 18 mesi. Si tratta di percorsi molto complessi, ma un successo come questo è la prova che parliamo di obiettivi raggiungibili e di una via percorribile.
(Nadia Luppi)
Per informazioni:
Tel. 334/7105045
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sito:www.lagvignola.it
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